La vedovanza e il silenzio che parla
C’è una parola che pesa nel cuore di chi la vive, ma che spesso si pronuncia con pudore: vedovanza.
Nel mio blog, che ho voluto chiamare Solitudine d’argento, ho cercato di dare voce ai tanti silenzi che abitano la vita di chi invecchia.
Oggi voglio affrontare un dolore che conosco per riflesso, attraverso gli occhi di chi ho incontrato e ascoltato lungo il cammino: il momento in cui si resta soli dopo una lunga vita condivisa. Quando il “noi” si spezza, e si torna un “io” spaesato.
L’assenza che occupa tutto
Non importa se la perdita arriva all’improvviso, come un fulmine che squarcia il cielo sereno, o se è stata annunciata da una lunga malattia.
Il giorno in cui si resta soli ha un suono tutto suo. Il suono delle posate che sbattono contro un piatto per uno. Della porta che si chiude e non si riaprirà più.
Non si è mai davvero preparati. Nemmeno quando lo si aspetta, nemmeno quando ci si illude di esserlo.
A volte, ciò che fa più male non è il dolore acuto, ma la sua persistenza nel tempo: la sedia vuota, la tazza lasciata a metà, i piccoli gesti quotidiani che ora sembrano senza destinatario.
Eppure, è da lì che inizia il lavoro più delicato: imparare a vivere ancora.
Un amore che non finisce, ma cambia forma
Non credo che l’amore finisca con la morte.
Credo che cambi casa.
Che trovi rifugio nei ricordi, negli oggetti, nei profumi della cucina, nella musica che ascoltavamo insieme.
Non voglio dimenticare, ma non voglio nemmeno smettere di vivere.
Ho imparato che non è tradire la memoria di chi se n’è andato, se si sceglie di sorridere ancora.
Anzi, è spesso il regalo più grande che possiamo fargli: portare con noi anche il suo sorriso, nel nostro.
Come si riparte?
Non ci sono ricette.
Solo piccoli gesti, piccole aperture.
Uscire anche se non se ne ha voglia. Dire “sì” a un invito, anche se si pensa che non ci si divertirà.
Accettare la tristezza, ma non sposarla.
Nel mio percorso, ho incrociato storie di persone che hanno trovato conforto in piccole cose: una tisana condivisa con un’amica, un libro lasciato troppo a lungo chiuso, il canto degli uccelli che rompe il silenzio del mattino.
E mi sono chiesto — e continuo a chiedermelo — se la solitudine, quando non la si subisce passivamente, possa diventare anche uno spazio nuovo, uno spazio in cui respirare, rallentare, magari anche riscoprirsi.
Non parlo per esperienza diretta, ma sento che vale la pena esplorare questa possibilità..
Un cammino che non sei obbligata a fare da sola
Scrivo queste righe per chi oggi si sente persa, per chi non sa se ha voglia di ricominciare.
Ti dico solo: non sei sbagliata. Non sei rotta. Sei viva.
E questo, già da solo, è un punto da cui ripartire.
Nel blog ho già proposto un percorso legato all’arte come risveglio:
👉 L'arte come risveglio – Un cammino per ricominciare
Non è l’unica via. Ma è una possibilità.
Tutto il blog, in fondo, è una carezza a chi si sente solo e un invito a non cedere al buio.
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